Locandina Scomode

In stagione

2026/2027
commedia

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Scomode

ovvero Donne con le unghie talmente lunghe che il pollice non è più opponibile

di Massimiliano Vado
regia Massimiliano Vado
con Elena Biagetti, Alessia Ferrero, Emanuela Panzarino, Massimiliano Vado

Aiuto regia Caterina Petrucci
Foto di Beniamino Finocchiaro

Lo spettacolo

C’è un punto preciso in cui la risata si strozza e la commozione si traveste da sarcasmo.
Quel punto è il palcoscenico di SCOMODE, ultimo lavoro di Massimiliano Vado: una
confessione corale, un affondo vertiginoso nelle crepe dell’identità femminile
contemporanea.
La storia della sua vita recente, attraverso lo svelamento femminile.
Tre voci. Tre donne. Tre monologhi che si cercano e si interrompono, si accavallano e si
graffiano, come le unghie protagoniste del sottotitolo: “talmente lunghe che il pollice non è
più opponibile”.
È un teatro scomodo, appunto: disturbante, irriverente, lucido.
Più scomodo per gli uomini che per le donne. Certamente per l’autore.
Un catalogo emotivo che alterna nevrosi e lucidità, ironia chirurgica e disperazione
domestica.
Si ride – sì – ma si ride male, perché il riso è sporco, ubriaco, nervoso.
E nel frattempo, dentro, qualcosa si è rotto per sempre.
Vado scrive come chi conosce il corpo e le sue menzogne: i desideri non detti, la sessualità
goffa, le relazioni tossiche travestite da normalità, il dolore emotivo persistente.
Le protagoniste parlano come si beve vino dopo una giornata assurda: con urgenza, con
troppa sincerità, con lo sguardo perso e unghie sempre laccate. Hanno spasmi di lucidità.
Non c’è psicologismo, non c’è pedagogia. Solo un fiume di parole vere quanto crudeli.
E dietro ogni battuta – anche la più spietata – un frammento d’amore, un’eco di solitudine.

La regia, essenziale e precisa, non consola. Non addolcisce. Espone.
E lascia che siano loro – le scomode – a diventare lo specchio: per le donne che
conosciamo, per quelle che siamo stati, per quelle che non abbiamo saputo ascoltare.
Uno spettacolo che non cerca consensi ma condivisione. Semmai.
Una drammaturgia che brucia.
E che, proprio perché brucia, rimane. Auspicabilmente.
Sotto la pelle. Dentro le vene. Indelebile.
Lì dove le parole – anche quelle dette a bassa voce – diventano necessarie.

Sinossi


Tre donne. Una tavola, molti bicchieri e infinite confessioni.
SCOMODE è un’esplorazione teatrale tagliente, ironica e profonda della femminilità urbana,
fragile e indistruttibile.
Tra racconti intimi, sogni spezzati e memorie condivise, le protagoniste portano in scena i
disastri sentimentali, le derive sessuali, le contraddizioni sociali e il disagio sottopelle
dell’essere donna oggi.
Frammenti di vita, pensieri a voce alta, liste di ansie, paure e confessioni che si trasformano
in veri e propri atti d’accusa – a volte contro gli uomini, a volte contro se stesse.
Il testo alterna ironia feroce e struggente vulnerabilità, con un linguaggio diretto, libero e
spietato.
Il filo conduttore è l’amicizia: rifugio, specchio, tribunale.
Ma anche luogo di cura, complicità e sopravvivenza.
Lo spettacolo scava, non compiace. Per scelta.
E lascia emergere una realtà scomoda, fatta di donne brillanti e stanche, ironiche e ferite.
Donne vive.
E per questo, imprescindibili.

Note di Regia


La messa in scena di SCOMODE sarà volutamente essenziale.
Uno spazio vuoto, nero, definito solo da luci decise: colori netti che commentano gli stati
d’animo, virando dal fucsia all’ambra, dal blu petrolio al rosso fuoco.
Le tre protagoniste saranno vestite come dei peluche: abiti morbidi, quasi infantili, ma
sempre sopra tacchi importanti – una contraddizione visiva che espone la fragilità e
l’ostentazione, la dolcezza e il desiderio.
Al centro, un semplice tavolino da bar: simbolo di un’intimità condivisa, rifugio notturno
dove ci si dice la verità, si ride e si sanguina con dignità.
Il vino - ovviamente - sarà vero, bevuto in scena, come fosse sangue travestito da piacere.
Tutto ciò che non serve sarà tagliato.
La parola – viva, ironica, cruda – sarà protagonista assoluta.

Un teatro che non finge, ma si dichiara. Una dichiarazione d’amore al disagio e al dolore.
Come le sue protagoniste: scomode, quindi indispensabili.
In tutto quello che scriviamo, produciamo, soprattutto recitiamo, c’è sempre qualcosa di
intimamente nostro.
Diventa produttivo e originale quando non somiglia a noi, quando ogni storia parte dalla
nostra pancia e arriva in un punto qualsiasi dell’universo.
ogni cosa che ci capita, ogni fantasia, ogni innamoramento, ogni profonda delusione, ogni
relazione, ogni incontro, viene rimescolato all’interno della nostra sensibilità e proposto su
un palco o davanti a una macchina da presa. Credo sia l’apice più alto del lavoro che sono
contento di fare.
Capita anche di trasformare così tanto quello che ci è accaduto da farlo diventare un
intreccio a tre voci, per tre attrici completamenti diverse ma ugualmente raffinate. Il
compito primo è quello di produrre un’autobiografia minima ma estremamente fedele, da
poter far rappresentare da qualcuno che palesemente non sono io.
È così che nasce il testo “Scomode”, una recensione tassonometrica di alcuni periodi
ingarbugliati quanto infinitamente produttivi della mia vita, in cui si mischiano sensazioni e
impedimenti, alti innalzamenti dello spirito ed ironia.
Scritto per tre voci, prodotto per tre anime. Una necessità.


 

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