In stagione
Scomode
ovvero Donne con le unghie talmente lunghe che il pollice non è più opponibile
Aiuto regia Caterina Petrucci
Foto di Beniamino Finocchiaro
Lo spettacolo
C’è un punto preciso in cui la risata si strozza e la commozione si traveste da sarcasmo.
Quel punto è il palcoscenico di SCOMODE, ultimo lavoro di Massimiliano Vado: una
confessione corale, un affondo vertiginoso nelle crepe dell’identità femminile
contemporanea.
La storia della sua vita recente, attraverso lo svelamento femminile.
Tre voci. Tre donne. Tre monologhi che si cercano e si interrompono, si accavallano e si
graffiano, come le unghie protagoniste del sottotitolo: “talmente lunghe che il pollice non è
più opponibile”.
È un teatro scomodo, appunto: disturbante, irriverente, lucido.
Più scomodo per gli uomini che per le donne. Certamente per l’autore.
Un catalogo emotivo che alterna nevrosi e lucidità, ironia chirurgica e disperazione
domestica.
Si ride – sì – ma si ride male, perché il riso è sporco, ubriaco, nervoso.
E nel frattempo, dentro, qualcosa si è rotto per sempre.
Vado scrive come chi conosce il corpo e le sue menzogne: i desideri non detti, la sessualità
goffa, le relazioni tossiche travestite da normalità, il dolore emotivo persistente.
Le protagoniste parlano come si beve vino dopo una giornata assurda: con urgenza, con
troppa sincerità, con lo sguardo perso e unghie sempre laccate. Hanno spasmi di lucidità.
Non c’è psicologismo, non c’è pedagogia. Solo un fiume di parole vere quanto crudeli.
E dietro ogni battuta – anche la più spietata – un frammento d’amore, un’eco di solitudine.
La regia, essenziale e precisa, non consola. Non addolcisce. Espone.
E lascia che siano loro – le scomode – a diventare lo specchio: per le donne che
conosciamo, per quelle che siamo stati, per quelle che non abbiamo saputo ascoltare.
Uno spettacolo che non cerca consensi ma condivisione. Semmai.
Una drammaturgia che brucia.
E che, proprio perché brucia, rimane. Auspicabilmente.
Sotto la pelle. Dentro le vene. Indelebile.
Lì dove le parole – anche quelle dette a bassa voce – diventano necessarie.
Sinossi
Tre donne. Una tavola, molti bicchieri e infinite confessioni.
SCOMODE è un’esplorazione teatrale tagliente, ironica e profonda della femminilità urbana,
fragile e indistruttibile.
Tra racconti intimi, sogni spezzati e memorie condivise, le protagoniste portano in scena i
disastri sentimentali, le derive sessuali, le contraddizioni sociali e il disagio sottopelle
dell’essere donna oggi.
Frammenti di vita, pensieri a voce alta, liste di ansie, paure e confessioni che si trasformano
in veri e propri atti d’accusa – a volte contro gli uomini, a volte contro se stesse.
Il testo alterna ironia feroce e struggente vulnerabilità, con un linguaggio diretto, libero e
spietato.
Il filo conduttore è l’amicizia: rifugio, specchio, tribunale.
Ma anche luogo di cura, complicità e sopravvivenza.
Lo spettacolo scava, non compiace. Per scelta.
E lascia emergere una realtà scomoda, fatta di donne brillanti e stanche, ironiche e ferite.
Donne vive.
E per questo, imprescindibili.
Note di Regia
La messa in scena di SCOMODE sarà volutamente essenziale.
Uno spazio vuoto, nero, definito solo da luci decise: colori netti che commentano gli stati
d’animo, virando dal fucsia all’ambra, dal blu petrolio al rosso fuoco.
Le tre protagoniste saranno vestite come dei peluche: abiti morbidi, quasi infantili, ma
sempre sopra tacchi importanti – una contraddizione visiva che espone la fragilità e
l’ostentazione, la dolcezza e il desiderio.
Al centro, un semplice tavolino da bar: simbolo di un’intimità condivisa, rifugio notturno
dove ci si dice la verità, si ride e si sanguina con dignità.
Il vino - ovviamente - sarà vero, bevuto in scena, come fosse sangue travestito da piacere.
Tutto ciò che non serve sarà tagliato.
La parola – viva, ironica, cruda – sarà protagonista assoluta.
Un teatro che non finge, ma si dichiara. Una dichiarazione d’amore al disagio e al dolore.
Come le sue protagoniste: scomode, quindi indispensabili.
In tutto quello che scriviamo, produciamo, soprattutto recitiamo, c’è sempre qualcosa di
intimamente nostro.
Diventa produttivo e originale quando non somiglia a noi, quando ogni storia parte dalla
nostra pancia e arriva in un punto qualsiasi dell’universo.
ogni cosa che ci capita, ogni fantasia, ogni innamoramento, ogni profonda delusione, ogni
relazione, ogni incontro, viene rimescolato all’interno della nostra sensibilità e proposto su
un palco o davanti a una macchina da presa. Credo sia l’apice più alto del lavoro che sono
contento di fare.
Capita anche di trasformare così tanto quello che ci è accaduto da farlo diventare un
intreccio a tre voci, per tre attrici completamenti diverse ma ugualmente raffinate. Il
compito primo è quello di produrre un’autobiografia minima ma estremamente fedele, da
poter far rappresentare da qualcuno che palesemente non sono io.
È così che nasce il testo “Scomode”, una recensione tassonometrica di alcuni periodi
ingarbugliati quanto infinitamente produttivi della mia vita, in cui si mischiano sensazioni e
impedimenti, alti innalzamenti dello spirito ed ironia.
Scritto per tre voci, prodotto per tre anime. Una necessità.